Per comprendere l’Iran “dietro le porte chiuse” è necessario vestire i panni di chi si muove all’interno di un Paese instabile, attraversato da fratture e resistenze che riaffiorano. Da anni il cinema iraniano lavora in questo spazio ambiguo, sebbene, come spesso accade nella storia dell’arte, particolarmente fertile. Qui nasce una sensibilità cinematografica che non si limita a raccogliere la storia di una terra antichissima, ma ne sfiora le crepe, le conseguenze intime, le promesse mancate e quelle che continuano a resistere con ostinazione.
Prima e dopo la Rivoluzione del 1979, l’immagine cinematografica è diventata uno strumento di sopravvivenza, più che di rappresentazione. Qualcosa che afferma, verso l’interno e l’esterno, un’esistenza sorvegliata. Un approccio che sembra dire: esistiamo, siamo vivi, abbiamo qualcosa da raccontare.
Il cinema, in questo senso, è una porta socchiusa sul presente. Con cinque film, lontani per epoca e linguaggio, proviamo ad attraversare l’Iran in controluce, seguendo una linea che va dal silenzio pre-rivoluzionario alle forme più contemporanee di speranza e disobbedienza.
L’attesa immobile prima della frattura
In Il mattone e lo specchio di Ebrahim Golestan, girato nel 1965, l’Iran appare sospeso in un notturno morale senza uscita. Un tassista trova un neonato abbandonato, ma nessuno sa (or vuole) farsene carico. Il film singhiozza esitazioni, dialoghi inconcludenti, spazi chiusi. Non c’è ancora la rivoluzione, ma troviamo già l’incapacità collettiva di agire, di assumersi una responsabilità. Golestan filma un vuoto etico che anticipa la frattura storica: quando una società rinuncia a scegliere, qualcun altro lo farà al suo posto.
L’entusiasmo rivoluzionario e la perdita dell’innocenza
Con Persepolis, Marjane Satrapi racconta la Rivoluzione iraniana dal punto di vista di chi la attraversa crescendo. L’euforia della caduta dello Shah lascia rapidamente spazio a un nuovo (dis)ordine fatto di divieti, controllo e disciplina. Il racconto autobiografico diventa il ritratto di una disillusione collettiva, soprattutto per le donne. Un film di culto che parla a tutto il mondo e fa sentire sulla propria pelle l’abisso tra le promesse rivoluzionarie e la realtà di una generazione che ha ereditato un potere incapace di essere fedele a se stesso.
Il corpo femminile come territorio di conflitto
Jafar Panahi rinuncia a qualsiasi centralità narrativa per mostrare un sistema che funziona per esclusione. In Il cerchio le donne attraversano Teheran come corpi fuori posto, costantemente sorvegliati e limitati. La città si trasforma in una gabbia dove la violenza non ha bisogno di manifestarsi apertamente. È quotidianità. Rivederlo oggi significa riconoscere che il conflitto esploso nelle piazze era già inscritto nei gesti quotidiani, nei movimenti negati, nell’impossibilità di occupare liberamente lo spazio pubblico.
La parola come minaccia
Manuscripts don’t burn di Mohammad Rasoulof affronta uno dei nervi più scoperti del sistema iraniano: la censura come struttura permanente e invasiva. Quotidiana, appunto. Ispirato a omicidi reali di scrittori e intellettuali, la pellicola racconta un potere che teme la memoria più della protesta e che lavora nell’ombra per cancellare le tracce del dissenso. Girato clandestinamente (non è l'unico), il film non cerca lo scandalo, ma espone un meccanismo. In un presente ancora segnato da arresti di artisti e registi, la sua attualità resta intatta come colonne achemenidi.
La speranza come presenza silenziosa
Con A girl walks alone at night, Ana Lily Amirpour sceglie la via del mito e della notte. Una silhouette femminile sfida la letteratura gotica attraversando lo spazio urbano in solitudine, coperta da un chador che smette di essere simbolo univoco di sottomissione e diventa sigillo di ambiguità, potere, autonomia. Non c’è una rivoluzione dichiarata, ma una libertà praticata che è quasi letteraria. È qui che il cinema intercetta una speranza diversa, non quella delle grandi narrazioni collettive, ma quella di gesti individuali che sfuggono al controllo.
